
Quello che l’apertura degli archivi non racconta: chi decide chi paga e a chi conviene.
Juan Carlos Baruque intervista Gabriel Mouriño. Una conversazione tra Valladolid e Vigo
Lo scorso 5 ottobre, una videochiamata ha collegato la Castiglia e León con Vigo per affrontare uno dei temi più controversi degli ultimi decenni: la progressiva declassificazione, negli Stati Uniti, dei documenti relativi al fenomeno UFO, oggi indicato a livello istituzionale con la sigla UAP.
Juan Carlos Baruque, podcaster di Valladolid e conduttore di Mundo Insólito Radio, ha intervistato Gabriel Mouriño, membro dell’Associazione Del Cielo a la Tierra España e studioso del fenomeno extraterrestre.
Il suo approccio a queste tematiche si è sviluppato anche sulla base degli insegnamenti del nostro mentore, Pier Giorgio Caria, che dagli anni Ottanta si dedica a una ricerca scientifica e spirituale nata da interrogativi fondamentali sull’esistenza, sull’origine dell’essere umano, sul senso della vita e sulla natura della realtà. Una ricerca costante che, nel corso degli anni, ha dato vita a un vasto lavoro di documentazione, studio e divulgazione.
Da queste pagine desideriamo ringraziare in modo particolare Pier Giorgio Caria per aver messo a disposizione e condiviso informazioni, documentazione e materiali di ricerca fondamentali per approfondire molti degli argomenti alla base di questo lavoro.
Ottant’anni tra silenzio e rivelazione
La conversazione ha dato origine a una contraddizione difficile da ignorare. Per quasi ottant’anni il fenomeno UFO è stato negato, screditato o spesso relegato al campo della speculazione, mentre testimonianze provenienti dagli ambienti militari, aeronautici e dell’intelligence sostenevano che determinate strutture statali raccogliessero informazioni da decenni.
Oggi, invece, sono le stesse istituzioni statunitensi ad aver iniziato a riconoscere ufficialmente l’esistenza di archivi, rapporti e filmati relativi a fenomeni che non sono riuscite a identificare.
Gabriel ha individuato soprattutto nel 2017 l’inizio di una nuova fase della cosiddetta disclosure, termine con cui si indica il processo di rivelazione di informazioni fino a quel momento riservate. Ma, a suo avviso, la questione realmente interessante non è stata soltanto quali documenti siano stati resi accessibili, bensì perché si sia deciso di farlo proprio ora e chi stabilisca i limiti di questa apertura.
Da qui è emersa una delle domande centrali dell’intera intervista: se per decenni ciò che pubblicamente veniva negato o ridicolizzato è stato invece oggetto di studio e analisi, che cosa si sapeva realmente e quanto di quella conoscenza rimane ancora fuori dalla portata dell’opinione pubblica?
NASA, Pentagono, FBI, CIA e NSA: una storia scritta anche nei documenti ufficiali
Gabriel ha sottolineato come uno degli elementi che conferiscono maggiore peso al dibattito sia proprio la provenienza istituzionale di buona parte della documentazione che sta emergendo. Non si parla più soltanto di fotografie fornite da privati, di racconti di presunti contattisti o di ricerche indipendenti.
Nel corso dell’intervista ha citato espressamente documenti della NASA, del Pentagono e di diversi apparati dell’intelligence statunitense, tra cui FBI, CIA e NSA: organismi che, secondo quanto ha spiegato, raccolgono, classificano e analizzano fin dagli anni Quaranta informazioni collegate a fenomeni aerei non identificati.
Questo non significa che ogni dossier costituisca una prova di origine extraterrestre. Il punto rilevante è un altro: per decenni l’argomento ha suscitato un interesse tale da generare fascicoli, indagini e rapporti all’interno di alcuni dei più importanti organismi degli Stati Uniti.
Si delinea così una divergenza difficile da ignorare tra l’immagine pubblica di un fenomeno a lungo presentato come marginale e l’esistenza parallela di una macchina istituzionale che, in silenzio, ha continuato a documentarlo.
All’interno di questo sistema, la CIA ha assunto un ruolo particolarmente significativo. Nel corso della conversazione è emerso come le diverse agenzie non funzionino come un unico archivio perfettamente interconnesso, ma come strutture dotate di competenze, interessi e livelli di accesso propri.
Ognuna può custodire documentazione che altre non possiedono o alla quale non hanno accesso completo. La questione del segreto assume quindi una dimensione molto più complessa: non si tratta soltanto di sapere che qualcosa è classificato, ma di stabilire chi sia a conoscenza persino dell’esistenza di quella determinata informazione.
Un’agenzia come la CIA fa parte di un sistema istituzionale che permane mentre i governi cambiano; funzionari, analisti e responsabili possono accumulare, nel corso di decenni, una memoria interna che nessun presidente appena insediato possiede automaticamente. Da qui una delle riflessioni più significative emerse dalle parole di Gabriel: in determinati ambiti, possedere l’informazione significa possedere anche una forma di potere.
AARO e il difficile tentativo di riunire i pezzi
In questo scenario frammentato, Gabriel ha attribuito particolare importanza all’AARO, l’organismo che durante l’intervista ha descritto come incaricato di raccogliere e gestire informazioni relative ai fenomeni anomali provenienti da diversi dipartimenti.
La sua stessa esistenza risulta significativa all’interno del quadro delineato: se per decenni ogni organismo ha accumulato i propri fascicoli, diventa necessario creare una struttura in grado di tentare di centralizzare almeno una parte di quell’immenso archivio disperso.
Centralizzare le informazioni, tuttavia, non significa necessariamente renderle pubbliche, né disporre automaticamente di tutto ciò che le diverse agenzie custodiscono.
Gabriel ha ricordato che, quando durante il primo mandato di Donald Trump sono state richieste informazioni relative a questi fenomeni, la risposta fornita è risultata, a suo giudizio, estremamente limitata. Ha parlato di un insieme di 144 casi, dei quali soltanto uno avrebbe ricevuto una spiegazione risolutiva.
Quella risposta spiega uno dei grandi problemi della disclosure: dopo decenni di indagini, una selezione relativamente ridotta di casi non può essere confusa con l’apertura integrale di tutti gli archivi esistenti. Gabriel ha inoltre sottolineato che organismi come CIA, DIA, NSA, FBI, NASA e lo stesso AARO mantengono competenze e interessi differenti.
Ottant’anni di fascicoli, osservazioni, testimonianze, registrazioni e programmi difficilmente possono essere riassunti in una sola cartella resa pubblica. Per questo, nel corso dell’intervista si è insistito sulla necessità di distinguere tra declassificare alcuni documenti e rendere realmente pubblico tutto ciò che si conosce.
Il presidente può ordinare, ma può davvero sapere tutto?
La questione ha portato a uno dei passaggi più interessanti della conversazione: il reale potere di un presidente degli Stati Uniti di fronte all’apparato permanente dell’intelligence.
Baruque ha ricordato come presidenti ed ex presidenti quali Bush, Obama, Trump o Clinton siano stati spesso interrogati, nel corso di interviste e programmi televisivi, sui grandi segreti di Stato e, quasi inevitabilmente, sull’Area 51. Le risposte, pur con sfumature diverse, sembrano spesso fermarsi davanti allo stesso limite: esistono questioni di cui non possono parlare e informazioni soggette a precise restrizioni.
L’Area 51 diventa così non soltanto uno dei grandi simboli della cultura popolare legata al fenomeno UFO, ma anche la rappresentazione di una questione molto più seria: fino a che punto arriva davvero la conoscenza di chi occupa la Casa Bianca?
Gabriel ha introdotto a questo proposito il concetto di need to know, la “necessità di sapere”, secondo il quale l’accesso a determinati segreti viene compartimentato e ogni persona riceve esclusivamente le informazioni considerate necessarie allo svolgimento delle proprie funzioni.
La conseguenza è semplice, ma profonda: non si può ordinare la declassificazione di qualcosa di cui si ignora l’esistenza. Chi occupa la Casa Bianca può avere formalmente l’autorità di impartire un ordine, ma per sapere quali programmi, fascicoli o archivi esistano deve affidarsi alle strutture permanenti dello Stato.
Il mandato presidenziale dura alcuni anni; alti funzionari, tecnici, responsabili militari e membri delle agenzie possono invece ricoprire carriere lunghe decenni. Sono loro a conoscere l’architettura interna del segreto e i percorsi che le informazioni devono seguire prima di arrivare ai responsabili politici.
2017, Luis Elizondo e l’inizio di una nuova fase
L’intervista ha individuato nel 2017 uno dei momenti decisivi dell’attuale disclosure, quando è stata resa pubblica l’esistenza di un programma del Pentagono destinato allo studio delle minacce aerospaziali anomale.
In questo contesto ha assunto particolare rilevanza Luis Elizondo, on un passato nei servizi di intelligence e legato al programma AATIP. La sua uscita dal sistema e le successive dichiarazioni hanno contribuito a portare il fenomeno dai circuiti specializzati fino ai grandi mezzi di comunicazione internazionali.
A questo si sono aggiunti i noti filmati Go Fast, Tic Tac e FLIR, registrati attraverso sistemi militari statunitensi. Un elemento che ha modificato sensibilmente la natura del dibattito: non si trattava più soltanto di una testimonianza difficile da verificare o di un’immagine anonima, ma di sequenze provenienti direttamente dall’ambiente militare.
Successivamente sono emerse altre figure provenienti dalle Forze Armate e dall’intelligence, tra cui David Fravor, pilota direttamente coinvolto in uno degli episodi più conosciuti, e David Grusch, ex esponente dell’intelligence statunitense, le cui successive dichiarazioni hanno incluso riferimenti a presunti programmi di recupero di oggetti e materiali di origine non umana.
La contraddizione emerge proprio dal confronto tra la portata di determinate dichiarazioni rese da persone legate allo stesso apparato statale e la scarsità del materiale proposto in molte declassificazioni ufficiali. Se ex membri dell’intelligence, militari e piloti sono comparsi davanti a rappresentanti politici formulando dichiarazioni di enorme portata, perché la “document release” continua a mostrare soltanto frammenti?
Questa distanza tra ciò che alcuni testimoni provenienti dal sistema affermano esistere e ciò che il sistema stesso decide di mostrare ha costituito una delle principali linee critiche emerse nel corso dell’intervista.
Chi rivela conosce anche i meccanismi dell’occultamento
Gabriel ha prestato particolare attenzione al profilo professionale delle persone che stanno ricoprendo un ruolo centrale in questa nuova fase. Luis Elizondo, David Grusch, David Fravor e altri protagonisti citati durante la conversazione non sono semplici osservatori esterni al sistema statunitense.
Alcuni hanno lavorato proprio all’interno di strutture legate all’intelligence, alla controintelligence, all’informazione militare o alla sicurezza nazionale.
Questa circostanza non invalida le loro testimonianze, ma impone di analizzarle con particolare attenzione: molti di coloro che oggi partecipano alla disclosure conoscono direttamente anche i meccanismi utilizzati per proteggere le informazioni sensibili, compartimentarle o mantenerle lontane dalla conoscenza pubblica.
Da qui è emerso un paradosso difficile da trascurare: una parte dell’attuale processo di rivelazione è portata avanti proprio da persone formate all’interno di strutture il cui funzionamento dipende dalla gestione del segreto.
La domanda, quindi, non dovrebbe riguardare soltanto che cosa stanno dicendo, ma anche chi siano, quale ruolo abbiano ricoperto in precedenza, perché parlino proprio ora e quale parte delle informazioni siano realmente autorizzati a divulgare.
Marco Rubio e l’ingresso del fenomeno nella sfera politica
Nel corso della conversazione è stato citato anche Marco Rubio, come esempio di come la questione abbia cessato di rimanere confinata al mondo dell’ufologia per entrare nell’ambito della politica statunitense e della sicurezza nazionale.
Si è fatto riferimento a dichiarazioni e produzioni recenti nelle quali figure istituzionali di primo piano hanno affrontato pubblicamente l’esistenza di fenomeni e tecnologie la cui origine continua a essere oggetto di discussione. Al di là dell’interpretazione che ciascuno può dare a tali dichiarazioni, la loro semplice presenza nel dibattito politico rappresenta un cambiamento evidente rispetto ai decenni precedenti.
Questo passaggio è particolarmente significativo perché modifica anche il linguaggio. Quando un argomento abbandona il terreno della curiosità ufologica ed entra nelle commissioni parlamentari, negli organismi di intelligence e nei dibattiti sulla sicurezza nazionale, smette di essere presentato semplicemente come un mistero. Inizia a essere trattato come una questione capace di coinvolgere difesa, spazio aereo, tecnologia e strategia.
È proprio su questo cambio di prospettiva che occorre mantenere alta l’attenzione: riconoscere un fenomeno sconosciuto non equivale a definirlo una minaccia.
Dal discredito alla minaccia: quando cambia il racconto
Per decenni, come ha ricordato Gabriel, parlare apertamente di determinati avvistamenti poteva comportare conseguenze professionali per militari, piloti o controllori del traffico aereo. La conversazione ha richiamato anche protocolli e misure volti a limitare la diffusione di informazioni sensibili, in un contesto segnato per anni dal discredito e dalla ridicolizzazione del fenomeno.
Trasformare un argomento in oggetto di scherno può risultare quasi efficace quanto proibirlo: chi teme di perdere la propria reputazione finisce per tacere.
Oggi, tuttavia, la direzione sembra essere cambiata. Ciò che in precedenza poteva essere ridicolizzato ha iniziato a ricevere un riconoscimento istituzionale e, in alcuni ambienti, persino a essere presentato come una potenziale questione di sicurezza.
Durante l’intervista è stato sottolineato come questo cambiamento meriti di essere osservato con cautela. Esiste una differenza enorme tra affermare “esistono fenomeni che ancora non sappiamo spiegare” e sostenere “esiste una minaccia dalla quale dobbiamo difenderci”. La seconda affermazione porta con sé conseguenze politiche, tecnologiche e, soprattutto, economiche.
Seguire il denaro: Pentagono, appaltatori e spesa militare
A questo punto, il discorso si è spostato su una delle questioni centrali emerse durante il confronto: seguire il denaro. La disclosure non può essere analizzata soltanto come una questione ufologica; deve essere osservata anche attraverso l’economia della difesa.
Sono state ricordate le difficoltà incontrate dal Pentagono nel superare in modo soddisfacente le proprie revisioni contabili e nel giustificare la destinazione di determinate somme di denaro pubblico. Al tempo stesso, una parte considerevole dello sviluppo tecnologico destinato alla difesa non avviene esclusivamente all’interno degli organismi statali, ma anche attraverso grandi società private appaltatrici.
Tutto questo rende il quadro ancora meno trasparente. Quando programmi classificati, grandi budget e imprese private si intrecciano, diventa difficile per il cittadino sapere quanto denaro venga realmente destinato a determinate ricerche, quali tecnologie vengano sviluppate e fino a che punto arrivi il controllo delle istituzioni civili.
La domanda sugli UAP finisce così per trasformarsi in una questione molto più concreta: chi riceve i fondi, che cosa sviluppa con quel denaro e chi controlla realmente l’intero processo?
Eisenhower e un avvertimento che viene da lontano
A questo punto è comparsa una figura storica fondamentale: Dwight D. Eisenhower.
Gabriel ha ricordato il celebre discorso di commiato del presidente statunitense, durante il quale mise in guardia il Paese dalla crescente influenza del complesso militare-industriale.
Il riferimento assume un significato particolare nel ragionamento sviluppato durante l’intervista, perché mostra come la preoccupazione per il rapporto tra potere politico, industria degli armamenti e ingenti spese militari sia ben precedente all’attuale dibattito sul fenomeno UAP.
Quell’avvertimento assume oggi una risonanza ancora maggiore. Nel corso dei decenni, numerose aziende del settore della difesa si sono fuse, sono state assorbite o concentrate fino a dare origine a grandi corporation dotate di enormi capacità economiche e tecnologiche.
In determinati programmi, queste imprese non sono semplici fornitori: possono arrivare a custodire tecnologie e conoscenze estremamente sensibili. Per questo la discussione sulla declassificazione non può limitarsi a osservare il presidente o il Pentagono; deve interrogarsi anche sul ruolo svolto dal settore privato che opera dietro alcuni dei progetti più riservati.
Operazione Paperclip: quando la conoscenza vale più del vecchio nemico
La conversazione ha poi fatto un passo indietro fino alla fine della Seconda guerra mondiale per affrontare l’Operazione Paperclip, attraverso la quale scienziati e specialisti provenienti dalla Germania nazista sono stati trasferiti negli Stati Uniti e messi al servizio di programmi scientifici e militari statunitensi.
L’episodio ha mostrato fino a che punto la conoscenza tecnologica possa trasformarsi in una questione strategica capace di superare persino le divisioni ideologiche di una guerra appena conclusa.
Tra le figure più note di quell’operazione compare Wernher von Braun, protagonista dello sviluppo della tecnologia missilistica in Germania e successivamente divenuto una figura essenziale del programma spaziale statunitense.
Il suo percorso riassume in modo emblematico il legame tra tecnologia militare ed esplorazione spaziale: dallo sviluppo del razzo V2 in Germania al successivo lavoro negli Stati Uniti e al programma che avrebbe portato l’essere umano sulla Luna.
Wernher von Braun, Carol Rosin e la “scala dei nemici”
Von Braun è comparso nel corso dell’intervista anche per un’altra questione, molto più controversa.
Gabriel ha citato la testimonianza di Carol Rosin, collaboratrice di Von Braun, la quale ha affermato che lo scienziato le avrebbe parlato, prima di morire, di una serie di minacce che sarebbero servite a giustificare una progressiva militarizzazione e una spesa sempre maggiore nel settore della difesa.
Secondo il racconto attribuito a Rosin, esisterebbe una sorta di “scala dei nemici”: differenti minacce si sarebbero succedute fino ad arrivare, infine, alla presentazione di un pericolo proveniente dallo spazio.
L’intervista ha messo questa idea in relazione con l’evoluzione storica dei grandi nemici che hanno dominato il discorso sulla sicurezza: prima l’Unione Sovietica, poi il terrorismo, i cosiddetti “Stati canaglia”, possibili minacce provenienti dallo spazio e, in ultima istanza, un potenziale nemico extraterrestre.
Gabriel ha presentato questa relazione come una linea interpretativa, non come una dimostrazione definitiva, ma ha ritenuto significativo osservarla insieme al costante aumento della spesa militare e allo sviluppo di nuove strutture destinate alla difesa spaziale.
Dalla Terra allo spazio: la Space Force e una nuova frontiera militare
La creazione della Space Force statunitense si è inserita naturalmente all’interno di questa riflessione.
Lo spazio ha smesso di rappresentare esclusivamente il terreno dell’esplorazione scientifica ed è diventato anche un territorio strategico e militare. Satelliti, comunicazioni, sistemi di difesa e capacità orbitali fanno ormai parte dell’architettura contemporanea della sicurezza.
La domanda ritorna quindi allo stesso punto: contro che cosa si sta costruendo questa difesa?
Se il fenomeno UAP inizia progressivamente a essere associato a uno scenario di minaccia, può emergere una giustificazione sociale molto più ampia per lo sviluppo di nuovi sistemi militari nello spazio.
Ed è proprio qui che si trova, secondo l’analisi proposta, uno dei principali rischi dell’attuale narrazione: passare quasi impercettibilmente dal riconoscere l’esistenza di fenomeni sconosciuti al dare per scontato che tali fenomeni siano ostili.
Area 51, Roswell e il labirinto tra segreto, mito e disinformazione
Sono emersi anche due dei nomi storicamente più legati al mistero statunitense: Roswell e l’Area 51. Per decenni hanno occupato un territorio ambiguo, nel quale si sono intrecciati fatti storici, programmi militari segreti, testimonianze, indiscrezioni e un vasto immaginario collettivo.
Juan Carlos Baruque ha ricordato anche episodi come il celebre filmato di una presunta autopsia extraterrestre, le cui incongruenze hanno contribuito ad aumentare ulteriormente la confusione.
Questo passaggio ha permesso di introdurre uno dei meccanismi più interessanti analizzati durante l’intervista: la disinformazione non ha necessariamente bisogno di convincere la popolazione di una specifica menzogna. Talvolta è sufficiente mescolare una quantità tale di informazioni vere, false, dubbie e contraddittorie da rendere estremamente difficile distinguere ciò che merita credibilità.
Quando un documento ufficiale compare accanto a una messinscena, una testimonianza seria accanto a una falsificazione e un’indagine militare accanto a una leggenda popolare, il risultato può trasformarsi in una nebbia informativa estremamente efficace.
Freedom of Information Act: quando i documenti emergono per vie inattese
È stato affrontato anche il ruolo del Freedom of Information Act, la normativa che consente di richiedere determinati documenti agli organismi pubblici statunitensi.
Gabriel ci ha spiegato che questi archivi possono essere consegnati con numerose parti censurate o oscurate quando contengono dati considerati sensibili, ma che il confronto tra fascicoli provenienti da dipartimenti differenti consente, in alcuni casi, di ricostruire parti di vicende che non emergono integralmente da un’unica fonte.
In questo contesto ha citato ricerche legate all’incidente di Roswell e documenti che avrebbero fatto riferimento a scienziati di enorme rilievo come Albert Einstein e Robert Oppenheimer.
Questi materiali mostrano l’ampiezza dell’archivio storico esistente: parlare seriamente di declassificazione significa confrontarsi con decenni di corrispondenza, fascicoli militari, rapporti scientifici e documentazione distribuita tra numerosi organismi.
Questa dispersione aiuta anche a comprendere perché sia così difficile affermare che un determinato insieme di documenti rappresenti davvero “tutto ciò che si sa”.
Una possibile cortina fumogena, senza trasformare l’ipotesi in certezza
Juan Carlos ha posto inoltre la questione se la comparsa di determinate notizie legate alla declassificazione possa essere utilizzata per allontanare dalle prime pagine altri argomenti scomodi.
È stato osservato come il momento in cui determinate rivelazioni arrivano sui media possa risultare significativo, soprattutto quando coincide con situazioni politiche o internazionali particolarmente delicate. È stato tuttavia sottolineato che, in assenza di prove conclusive, questa resta soltanto un’ipotesi.
Questa cautela è importante, perché una delle idee emerse nella parte finale della conversazione è stata proprio la necessità di distinguere tra documentazione, interpretazione e speculazione.
Il fatto che una coincidenza appaia significativa non la trasforma automaticamente in un rapporto di causa ed effetto. Ma ciò non significa nemmeno che non meriti di essere osservata. La sfida consiste nell’indagare senza trasformare le domande in certezze prima del tempo.
Pier Giorgio Caria: un riferimento per approfondire
Nella parte finale, Gabriel Mouriño ha voluto richiamare espressamente il lavoro di Pier Giorgio Caria, ricercatore italiano e mentore dell’Associazione Del Cielo a la Tierra España.
Le sue ricerche, conferenze e attività divulgative costituiscono da anni un punto di riferimento per chi desidera studiare il fenomeno extraterrestre da una prospettiva che non si limiti esclusivamente alla casistica ufologica, ma cerchi anche di metterlo in relazione con questioni più ampie riguardanti l’essere umano, la coscienza, la spiritualità e il senso dell’esistenza.
È stato inoltre consigliato di approfondire il lavoro di Pier Giorgio attraverso il vasto materiale disponibile nei suoi canali, che raccolgono numerose conferenze, ricerche e documenti dedicati a queste tematiche.
Il riferimento a Pier Giorgio ha permesso inoltre di ribadire un concetto emerso chiaramente prima dei saluti: non fermarsi a un’unica versione, nemmeno a quella proposta nel corso di questa intervista, ma continuare a indagare, confrontare le fonti, studiare i documenti, ascoltare prospettive differenti e costruire infine un proprio criterio di valutazione.
Lasciamo qui di seguito il canale YouTube dove vengono approfonditi molti degli argomenti affrontati nel corso dell’intervista, attraverso documentazione, analisi e spunti di riflessione per chi desidera ampliare le proprie conoscenze e proseguire autonomamente nella ricerca: https://www.youtube.com/@PierGiorgioCaria59.
La vera ombra potrebbe non trovarsi negli archivi
Dopo quasi ottant’anni di documenti, testimonianze, silenzi, fascicoli classificati e rivelazioni parziali, il dialogo tra Juan Carlos Baruque e Gabriel Mouriño si è spinto ben oltre il solo fenomeno UFO.
NASA, Pentagono, FBI, CIA, NSA, AARO, militari, ex membri dell’intelligence, presidenti e grandi aziende private hanno progressivamente delineato un sistema nel quale l’informazione appare frammentata, sottoposta a filtri e distribuita tra differenti livelli di potere.
La questione, quindi, non consiste più soltanto nel chiedersi che cosa siano i fenomeni che compaiono nei nostri cieli. La domanda rimasta aperta è un’altra: chi possiede le informazioni, chi decide chi possa conoscerle, quale parte venga resa pubblica, quando venga rivelata e quali interessi politici, militari o economici possano accompagnare questo processo.
Perché declassificare alcuni documenti non significa necessariamente aprire tutti gli archivi.
E forse è proprio qui che si trova la vera ombra richiamata dal titolo di questa intervista: non soltanto in ciò che continua a rimanere nascosto, ma in chi decide che cosa debba venire alla luce e che cosa debba restare ancora nell’oscurità. Vi invitiamo a vedere l’intervista completa.
Daria Gradella
7 ottobre 2026
Del Cielo a la Tierra España
Qui trovi l’articolo originale




