Milarepa: il grande yogi tibetano e la via del tummo (seconda parte)
Pubblicato il 9 Aprile 2026
Pubblicato il 9 Aprile 2026
Milarepa: il grande yogi tibetano e la via del tummo (seconda parte)

Il Dalai Lama, Dorje Shugden e le sfide contemporanee del Buddhismo tibetano

Mentre Milarepa continua a incarnare l’essenza più pura della pratica spirituale, il Buddhismo tibetano contemporaneo si confronta con sfide complesse, nelle quali fede, politica e identità si intrecciano in modo spesso conflittuale. La sua figura, così radicale e spoglia di ogni attaccamento istituzionale, rappresenta un ideale di trasformazione interiore che attraversa i secoli. Tuttavia, la storia successiva del Tibet mostra come la dimensione religiosa possa anche diventare terreno di tensioni settarie e di interessi di potere.

Il film di Liliana Cavani, ispirato alla vita del grande yogi, restituisce la forza universale di questa ricerca interiore. Le vicende legate al culto di Dorje Shugden, invece, mostrano l’altra faccia della storia: quella in cui il Dharma si intreccia con conflitti dottrinali, rivalità politiche e dinamiche di controllo.

Il film di Liliana Cavani: Milarepa sul grande schermo

Tra il 1973 e il 1974 uscì nelle sale cinematografiche Milarepa, film diretto dalla regista italiana Liliana Cavani, già nota per opere come Il portiere di notte, Al di là del bene e del male, la trilogia dedicata a Francesco d’Assisi e molto altro. Attratta dalla profondità simbolica della vicenda, Cavani scelse di portare sullo schermo non solo la storia di un santo tibetano, ma un’esperienza universale di trasformazione e ricerca interiore.

  Scena del film Milarepa. Liliana Cavani 57 Milarepa, film 1974.

La regista entrò in contatto con la vita di Milarepa nel 1970, quando la scrittrice Elsa Morante le prestò il testo tradizionale che narra la biografia del grande yogi attraverso il racconto del discepolo Rechung. La lettura la colpì profondamente, tanto da spingerla a rielaborare quella storia in chiave cinematografica. Cavani spiegò che Milarepa aveva risvegliato in lei un dialogo tra Oriente e Occidente, tra i miti della psiche occidentale e la via della liberazione interiore: la rottura dei legami familiari, la ricerca del maestro, la conquista dell’autonomia spirituale.

Il film non intende ricostruire fedelmente il Tibet dell’XI secolo. È girato interamente in Italia, tra Torino e i monti dell’Abruzzo, senza ricorrere a effetti speciali. Eppure, attraverso paesaggi spogli, abitazioni essenziali e sentieri impervi, riesce a evocare la vastità e l’isolamento dell’Himalaya. È un Tibet simbolico, interiore, in cui ogni elemento del paesaggio riflette le prove e le trasformazioni del protagonista.

La struttura narrativa si fonda su un gioco di specchi tra passato e presente. Leo, studente universitario del periodo post-sessantottino, incarna Milarepa nel mondo contemporaneo: affronta un maestro severo e intransigente, figure familiari complesse e i propri limiti interiori. Questa sovrapposizione sottolinea il parallelismo tra il cammino spirituale e i conflitti della vita quotidiana, tra mito e esperienza reale.

Pier Paolo Pasolini osservò che il film possiede una vera e propria “geometria religioso-filosofica”, in cui la realtà viene percepita in modo simultaneo e polivalente, come in un dipinto cubista. Le inquadrature fisse, le panoramiche irregolari e i paesaggi austeri contribuiscono a creare un senso di solitudine sacra, coerente con l’esperienza dello yogi tibetano.

Nelle scene finali, Milarepa prosegue il cammino tra le montagne senza voltarsi indietro, ignorando l’ombra del maestro, secondo l’insegnamento centrale del film: non distrarre la mente, non cercare conferme esterne, ma affidarsi a ciò che si è conosciuto direttamente. Allo stesso modo, Leo ritorna da solo lungo una strada moderna, portando con sé l’eco dell’esperienza vissuta. Il film diventa così un viaggio attraverso i territori dell’anima, capace di trasmettere lo spirito della pratica di Milarepa senza ricorrere a spiegazioni didascaliche.

Proprio questo contrasto tra la purezza della ricerca interiore e la complessità storica aiuta a comprendere le tensioni che emergeranno nel Buddhismo tibetano dei secoli successivi.

Il XIV Dalai Lama e l’affaire Shugden: tra storia, politica e religione

Il 14 e 15 giugno 2014 la città di Livorno fu teatro di un evento che attirò l’attenzione dei media italiani per motivi più politici che spirituali. In quei giorni, infatti, il XIV Dalai Lama tenne insegnamenti pubblici rivolti a migliaia di praticanti e curiosi provenienti da tutta Europa. Tuttavia, l’attenzione giornalistica si concentrò soprattutto su due episodi: la consegna della cittadinanza onoraria da parte del sindaco appena eletto e la manifestazione organizzata dalla Comunità Internazionale Shugden (ISC).

Fermo immagine delle proteste

Circa quattrocento manifestanti accusarono il Dalai Lama di violazioni della libertà religiosa e di persecuzioni nei confronti dei devoti di Dorje Shugden. Durante le giornate di insegnamenti, all’esterno del Pala Modigliani risuonarono ininterrottamente slogan come “Stop Dalai Lama, Stop Lying!”. L’episodio rese evidente come il Buddhismo tibetano, anche in esilio, non fosse immune da conflitti interni e polemiche pubbliche.

Tuttavia, per comprendere a fondo questa controversia, è necessario tornare indietro nel tempo e analizzare le origini del culto di Dorje Shugden e il ruolo che ha avuto nella storia del Tibet.

Le origini del culto di Dorje Shugden

Nel complesso pantheon del Buddhismo tibetano, i Protettori del Dharma (la via di verità e consapevolezza insegnata dal Buddha), in sanscrito Dharmapala, hanno il compito di custodire gli insegnamenti e proteggere i praticanti. Sebbene siano spesso raffigurati con un aspetto irato e terrifico, non vengono considerati demoni malvagi: la loro funzione è quella di rimuovere gli ostacoli sul cammino spirituale.

Tradizionalmente, si distinguono due grandi categorie di Protettori del Dharma. I protettori di saggezza sono emanazioni dei Buddha e dei Bodhisattva, mentre i protettori mondani sono divinità locali o spiriti potenti, spesso integrati nel Buddhismo dopo essere stati soggiogati dai grandi maestri. Molti di essi derivano dalle tradizioni religiose pre-buddhiste del Tibet, note come Bön, e sono legati a luoghi, monasteri o scuole specifiche.

Dorje Shugden appartiene a questa seconda categoria. Originario del Tibet occidentale, è considerato dai suoi devoti un’emanazione di Manjusri, il bodhisattva della saggezza, chiamato “Dolce Gloria’’.

Dorje Shugden (Rdo rje Shugs Ldan, Fulmine Poderoso, o Portatore della Forza del Vajra)

Dorje Shugden: nascita di un mito

Il mito di Dorje Shugden prende forma nel XVII secolo, durante il periodo del Quinto Dalai Lama, Lobsang Gyatso (1617–1682), figura centrale della storia tibetana e primo a riunire stabilmente il potere spirituale e quello temporale del Tibet. Pur appartenendo alla scuola Gelugpa, Lobsang Gyatso mostrò una notevole apertura verso la tradizione Nyingma, la più antica del Buddhismo tibetano, fondata da Padmasambhava nell’VIII secolo. Questa scelta suscitò forti resistenze tra molti monaci Gelug, che temevano una contaminazione dottrinale.

Nel grande monastero di Drepung, che ospitava circa settemila monaci, solo due tulku erano riconosciuti come reincarnazioni di grandi maestri: lo stesso Lobsang Gyatso e Dragpa Gyaltsen, monaco colto e carismatico, indicato da alcuni come possibile Dalai Lama. La scelta ricadde però su Lobsang Gyatso, mentre Dragpa Gyaltsen fu destinato a succedere a un altro importante maestro Gelug. Da qui nacque una rivalità che, nel tempo, alimentò un clima di crescente tensione.

Nel 1656 Dragpa Gyaltsen morì improvvisamente all’età di trentotto anni, in circostanze mai del tutto chiarite. Le fonti parlano di suicidio rituale o di omicidio. Durante la cremazione, secondo la tradizione, si verificarono eventi straordinari: il fumo si sollevò in colonne distinte e il corpo non si consumò completamente, rendendo necessaria la costruzione di uno stupa d’argento per conservarne i resti.

Questi segni furono interpretati come la manifestazione di uno spirito irato, identificato con Dorje Shugden, noto anche come Dholgyal. Secondo la tradizione, Shugden sarebbe nato dalle emozioni disturbanti legate alla morte di Dragpa Gyaltsen – gelosia, rancore e dissenso – trasformandosi in una forza ambigua, capace tanto di proteggere quanto di dividere.

Shugden, potere e politica

Col passare del tempo, questa funzione di difesa dell’ortodossia si trasformò progressivamente in uno strumento di influenza religiosa e politica. Nei decenni successivi, il culto di Shugden si diffuse soprattutto all’interno della scuola Gelugpa, assumendo un ruolo centrale nella difesa della sua identità. Ogni forma di mescolanza con altre tradizioni buddhiste, in particolare la Nyingma, venne scoraggiata, fino al divieto simbolico di entrare in contatto con i loro testi.

Tra XVIII e XIX secolo, e poi ancora nel Novecento, ogni tentativo di apertura o riforma incontrò spesso l’opposizione dei devoti di Shugden, rafforzando una visione fortemente settaria. Nel XX secolo, maestri influenti come Pabongka Rinpoche contribuirono in modo decisivo alla diffusione e alla sistematizzazione del culto, trasmettendolo anche ai principali esponenti della scuola Gelug.

Per molti anni, lo stesso XIV Dalai Lama praticò i rituali legati a Shugden come parte della sua formazione monastica. Tuttavia, a partire dagli anni Settanta, dopo studi approfonditi, riflessioni personali ed esperienze interiori, giunse a riconsiderarne il ruolo e a scoraggiarne apertamente la pratica. Secondo la sua posizione, il culto alimentava divisioni interne e ostacolava sia l’unità della comunità tibetana sia una pratica autentica del Dharma, fondata su apertura, compassione e discernimento.

Il Dalai Lama, Shugden e la comunità tibetana in esilio

La decisione del Dalai Lama provocò profonde lacerazioni all’interno della scuola Gelugpa e della comunità tibetana in esilio. Alcuni arrivarono persino a mettere in dubbio la legittimità della sua reincarnazione. I devoti di Shugden, guidati da Geshe Kelsang Gyatso, accusarono Sua Santità di intolleranza e di violazioni della libertà religiosa, denunciando presunte persecuzioni nei monasteri e nei villaggi.

La controversia culminò in episodi drammatici, come l’omicidio di un monaco nel 1997, che alimentò ulteriormente tensioni politiche e sociali. Parallelamente, la Cina seppe sfruttare la vicenda a fini geopolitici, sostenendo i devoti di Shugden e cercando di indebolire l’influenza del Dalai Lama, presentando la religione come strumento di divisione e controllo.

Ancora oggi, il culto di Shugden è presente sia tra i tibetani in Tibet sia tra i praticanti occidentali, dimostrando come il problema non sia esclusivamente religioso, ma profondamente intrecciato con storia, politica e identità culturale.

Tra spiritualità e realtà: lezioni dal passato al presente

La vicenda di Dorje Shugden e le controversie legate al XIV Dalai Lama dimostrano che la storia del Buddhismo tibetano non è fatta solo di testi sacri e illuminazione interiore, ma anche di sfide politiche, conflitti comunitari e interpretazioni divergenti della tradizione.

Oggi, il culto di Shugden continua a influenzare comunità tibetane in esilio e praticanti occidentali, mostrando quanto sia sottile il confine tra devozione autentica e settarismo. Allo stesso tempo, l’atteggiamento del Dalai Lama – basato sull’esperienza personale, sulla riflessione critica e sul rispetto dei principi del Dharma – rappresenta un monito per tutti coloro che cercano di conciliare fede e discernimento.

Qui torna la lezione di Milarepa: la sua vita è l’esempio di come la trasformazione interiore e la pratica sincera possano guidare l’essere umano attraverso ogni difficoltà. Anche di fronte a conflitti, incomprensioni e sfide politiche, la disciplina, la compassione e la saggezza restano gli strumenti per il risveglio. La storia di Milarepa e le vicende di Shugden si intrecciano così come due facce della stessa realtà: da un lato la purezza della via spirituale, dall’altro le complessità del contesto storico e sociale in cui essa si manifesta.

Maria Assunta Bettelli

9 aprile 2026

Bibliografia e fonti


https://zenvadoligure.blogspot.com/2016/02/


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