Milarepa: il grande yogi tibetano e la via del tummo (prima parte)
Pubblicato il 26 Marzo 2026
Pubblicato il 26 Marzo 2026
Milarepa: il grande yogi tibetano e la via del tummo (prima parte)

“Io sono Milarepa, grande per fama, la diretta progenie della Memoria e della Saggezza;

Eppure io sono un uomo vecchio, derelitto e nudo.

Dalle mie labbra esce una canzone breve, perché tutta la Natura, a cui io guardo, è il mio libro.

Il bastone di ferro, che le mie mani stringono, mi guida sull’Oceano della Vita che Cambia.

Maestro io sono della Mente e della Luce;

E mostrando azioni e miracoli, non dipendo da divinità terrene.”

Questi versi, attribuiti a Milarepa e confluiti nei Centomila canti (Mila imgur-‘bum), non sono una dichiarazione di santità, ma una confessione radicale: la voce di un uomo che ha attraversato le regioni più oscure dell’esistenza per approdare alla liberazione della mente.

Milarepa  con la mano all’orecchio, simbolo dell’ascolto interiore

Milarepa occupa un posto unico nel Buddhismo tibetano: non è un dotto monaco né un fondatore di istituzioni, ma un eremita errante, un poeta ispirato che canta il Dharma direttamente dall’esperienza vissuta. La sua vita, sospesa tra mito e cronaca, continua a parlare all’uomo contemporaneo perché affronta il dolore, l’odio e la colpa, trasformandoli in materia prima del risveglio.

Infanzia e sofferenza: la formazione di un’anima tormentata

Milarepa nacque tra il 1040 e il 1052 nel Gungthang, Tibet sud-occidentale, in una famiglia di piccoli agricoltori. Il suo nome era Mila Thö-pa-ga, “piacevole da ascoltare” o “buona novella”. La sua infanzia fu segnata dalla morte del padre quando aveva solo sette anni. I beni familiari furono sottratti dallo zio e dalla zia, mentre la madre e i bambini furono ridotti a una condizione di semi-schiavitù.

Questi primi anni segnarono profondamente Mila, che sviluppò una visione radicale della realtà: la vita appariva come una fornace in cui ardevano tutti gli esseri viventi.

La forza distruttiva dell’odio

Quando Milarepa aveva quindici anni, la madre, Bianca Ghirlanda, provata e umiliata dalla perdita dei beni di famiglia, chiese al figlio di imparare la magia nera per vendicarsi degli zii e di chi aveva causato loro sofferenza. Questa scelta segnò uno dei passaggi più inquietanti e, al tempo stesso, più umanamente comprensibili della vita di Milarepa. Egli non si presentò come un santo “puro”, ma come un uomo che cede all’odio, trasformandolo in potere distruttivo. 

Guidato dal maestro Yung Tung Tsogyal, Milarepa apprese le arti occulte e le mise in pratica, scatenando una vendetta devastante. La tradizione narra che una casa, durante un banchetto nuziale, crollò a causa di fenomeni straordinari provocati dalla sua magia: insetti, serpenti, rane e un gigantesco scorpione attaccarono gli ospiti, e persino i cavalli terrorizzati contribuirono alla distruzione, uccidendo diverse persone. In un’altra occasione, una tempesta di grandine devastò i campi del villaggio, causando carestia e ulteriori vittime.

Nonostante la forza dimostrata, la vendetta non portò sollievo. Milarepa rimase sconvolto dalla sofferenza provocata, e ancora dalla gioia della madre, che sembrava approvare i risultati. Tutto questo segnò la presa di coscienza di Milarepa: l’odio e la vendetta non sanano il dolore, ma lo moltiplicano. Fu l’inizio del desiderio di trasformare quella forza oscura in ricerca spirituale e compassione.

Il pentimento e la ricerca del Dharma

Conscio del karma negativo accumulato, Milarepa desiderò liberarsene e fu incoraggiato dal maestro di magia a cercare un autentico insegnamento spirituale. Il nome indicato fu Marpa Lotsawa, il Traduttore (1012–1097), discepolo di Naropa (1016–1100), grande maestro indiano.

Al solo pensiero di Marpa, Milarepa scrive:

“La mia mente fu piena di un inesprimibile senso di gioia, ed un fremito percorse tutto il mio corpo, mettendo in movimento ogni pelo, mentre lacrime scendevano dai miei occhi, tanto forte era il sentimento di fede che sorgeva dentro di me.”

Tale reazione fu colta come il segno dell’esistenza di un collegamento karmico stabilitosi tra i due in qualche vita precedente, che verrà confermato dagli sviluppi successivi del rapporto tra Marpa e Milarepa. Un rapporto tra guru e shishya, maestro e discepolo, che diverrà emblematico nella storia del Buddhismo.

Marpa Chökyi Lodrö, spesso meglio conosciuto come Marpa Lotsawa (Marpa il traduttore)

 

Marpa e la via della purificazione

Diventato discepolo di Marpa, Milarepa affrontò prove estreme. Invece di insegnamenti immediati, gli fu imposto un duro lavoro fisico: costruire una casa, trasportando pietre pesanti a spalla, demolire e ricostruire altrove, ripetutamente, fino a esaurire corpo e mente.  

La moglie di Marpa, Dagmema, fu l’unica a mostrargli compassione, offrendo cibo e cure nascoste. Marpa lo trattava con severità, chiamandolo talvolta “Grande Stregone” per ricordargli il passato oscuro. Solo quando Marpa giudicò completata la purificazione del karma negativo, iniziò Milarepa al tantra e gli conferì il nuovo nome: Mila Dorje Gyaltsen, “Vessillo di Diamante”, segnando la trasformazione spirituale definitiva.

Da quel momento ebbe inizio la vera trasmissione del Dharma. Ciò che fino ad allora era apparso come crudeltà si rivelò, nella prospettiva tantrica, un insegnamento radicale, volto a distruggere l’ego e a rendere possibile il Risveglio.

Il fuoco che trasforma: il tummo

Dopo aver completato l’iniziazione da Marpa, Milarepa si ritirò tra le montagne, dove il silenzio era assoluto e la presenza umana rara. Qui praticò il tummo (gtum-mo), uno dei “Sei Yoga di Naropa”, noto come il “fuoco interiore”. Questa disciplina non si limita a produrre calore fisico contro il freddo estremo: è un percorso di trasformazione profonda del corpo, della mente e delle emozioni.

Attraverso tecniche di controllo del respiro, visualizzazione dei canali sottili del corpo e concentrazione mentale, Milarepa accendeva un calore interno che scioglieva rigidità fisiche e blocchi emotivi. Il tummo rappresenta così l’integrazione di ogni aspetto dell’essere: corpo, emozioni, pensieri e consapevolezza si fondono in un’unica esperienza di presenza e chiarezza.

Milarepa trascorreva interi inverni avvolto solo in un sottile panno di cotone, seduto tra la neve e le tempeste delle alte vette himalayane. 

Dal punto di vista simbolico, il tummo rappresenta una delle immagini più potenti dell’intera vicenda di Milarepa. Lo stesso fuoco che in passato aveva alimentato l’odio, la vendetta e la distruzione, viene ora trasformato in calore di consapevolezza, chiarezza e compassione. Nulla viene rimosso o represso: tutto viene trasmutato.

Dolore, solitudine e meditazione

Durante un sogno premonitore, Milarepa vide la sua casa distrutta, la madre morta e la sorella abbandonata. Tornato al villaggio, scoprì che il sogno rifletteva la realtà. Raccogliendo i resti della madre e i vecchi testi sacri, trasformò il dolore in pratica e devozione, riconoscendo ogni perdita come insegnamento:

“O Grazioso Signore, Tu l’Immutabile,
O Marpa il Traduttore; secondo la Tua Parola Profetica,
Un maestro della transitorietà delle cose io ho trovato
Nella mia terra natale – prigione di tentazioni;
E per mezzo della Tua Benedizione e della Tua Grazia, possa io
ottenere esperienza e fede.
Tutti i fenomeni, esistenti ed apparenti,
Sono sempre transeunti, mutabili ed instabili;
Ma, ancora di più, la vita mondana
Non ha realtà, in essa non c’è conquista permanente.”

Tra le montagne, la sua esistenza divenne estrema: nutrendosi solo di ortiche e affrontando il freddo in solitudine, Milarepa raggiunse uno stato di intensa meditazione. Perfino piccoli eventi quotidiani, come la rottura di una pentola di terracotta, si trasformano in strumenti di consapevolezza, insegnandogli che nulla è stabile e che ogni esperienza può guidare verso la libertà interiore.

Risveglio, insegnamenti e discepoli

Dopo anni di rigorosi ritiri solitari, Milarepa raggiunse il Risveglio durante un intenso ritiro invernale. In quel momento, la sua mente si trasformò completamente: l’odio e la sofferenza del passato si tramutarono in saggezza e compassione, e la sua esperienza divenne una guida per chiunque cercasse la via spirituale. 

La fama dello yogi crebbe rapidamente: ventuno discepoli principali – otto “figli del cuore” e tredici “figli consociati” – e centinaia di altri seguaci umani, oltre a entità spirituali come le Cinque Dee Sorelle, si dedicarono alla protezione del Dharma sotto la sua guida.

Milarepa morì nel 1136: consapevole della fine, affrontò il veleno somministratogli da un rivale come atto di compassione e pratica, mostrando la potenza della saggezza e del perdono. Alla sua cremazione si manifestarono fenomeni prodigiosi, confermando il raggiungimento del Nirvana.

Oggi Milarepa rimane simbolo di perseveranza e dedizione: il coraggio con cui affrontò le difficoltà e la realizzazione spirituale che raggiunse lo hanno consacrato come uno dei santi più venerati del Tibet, e i suoi canti continuano a ispirare praticanti in tutto il mondo.

Il fuoco che non si spegne

Milarepa ci insegna che la vera trasformazione nasce dentro di noi: non dalle circostanze esterne, ma dalla disciplina, dalla compassione e dalla forza interiore. Dolore, solitudine e prove diventano strumenti di crescita; il tummo è simbolo del fuoco che dissolve le illusioni della mente.

Nei secoli successivi, la sua eredità si intreccia con la storia del Tibet, tra scuole buddhiste, protettori del Dharma e scelte dei Dalai Lama, mostrando che la via spirituale si muove sempre accanto alle sfide del mondo reale.

Nella seconda parte esploreremo questo intreccio di mito e realtà: il film di Liliana Cavani, la controversa figura di Dorje Shugden e le tensioni religiose e politiche che hanno segnato il Buddhismo tibetano contemporaneo. Così vedremo come gli insegnamenti di Milarepa continuino a illuminare la vita e le scelte degli esseri umani, ancora oggi.

“Il vero fuoco non brucia fuori, ma dentro di noi: e lì, anche tra le tempeste del mondo, continua a illuminare la via.”

Maria Assunta Bettelli

26 marzo 2026

Bibliografia e fonti


https://zenvadoligure.blogspot.com/2016/02/


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