
In questo terzo articolo finale, a conclusione della storia riguardante le vicissitudini astronomiche che hanno caratterizzato l’attività degli astronomi d’Europa tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, andremo a conoscere come la “caccia” al questo pianeta che avrebbe dovuto esistere ma che invece non è mai stato trovato, si sia conclusa all’epoca in maniera interessante.
Heinrich Olbers e l’ipotesi sulla frammentazione di un pianeta sconosciuto
Nel 1800 dopo la nascita del primo gruppo di ricerca internazionale d’astronomia, chiamato allora “Himmelspolizey” (Polizia celeste), creato per cercare un pianeta tra le orbite dei pianeti Marte e Giove, si iniziarono a scoprire i primi asteroidi più grandi dei quella che oggi chiamiamo “fascia principale degli asteroidi”.
Come abbiamo visto precedentemente il termine “asteroide”, oggi di corrente uso comune, fu creato proprio in quell’occasione.
Alla distanza di circa 2,8 unità astronomiche dal Sole, cioè quella prevista dalla relazione matematica formulata dall’astronomo Titius nel 1766, al posto di un pianeta vero e proprio furono scoperti:
- Nel 1801 l’asteroide Cerere, dall’astronomo italiano Giuseppe Piazzi (oggi considerato un pianeta nano);
- nel 1802 l’asteroide Pallade, dall’astronomo tedesco Heinrich Olbers;
- nel 1804 l’asteroide Giunone, dall’astronomo tedesco Karl Ludwig Harding;
- nel 1807 l’asteroide Vesta, dall’astronomo tedesco Heinrich Olbers.
In questo periodo di intense osservazioni astronomiche e scoperte di “nuovi” oggetti celesti (per l’epoca), proprio Heinrich Olbers ipotizzò che l’origine di questi asteroidi fosse da ricercare nella frammentazione di un pianeta situato in origine fra Marte e Giove.
Purtroppo oggi la comunità astronomica non la pensa così, almeno fino ad oggi.
Sebbene ai giorni nostri alcuni scienziati continuino a considerarla ancora corretta, l’ipotesi che la fascia degli asteroidi sia formata dai frammenti di ciò che rimane di un pianeta distrutto non è ritenuta più valida.
Attualmente il modello che descrive l’origine e l’evoluzione del nostro sistema planetario riconosce nella fascia degli asteroidi un “relitto” del Sistema solare primitivo: in base a questa teoria è il materiale che non è riuscito ad aggregarsi in un grande pianeta a causa delle interferenze gravitazionali di Giove.
Con riferimento a questo si parla sempre di ipotesi e di modelli: attualmente ancora nessuno ha gli elementi per capire cosa è realmente accaduto in passato con esattezza.

L’ipotesi del pianeta Phaeton
Alcuni anni dopo le recenti (per l’epoca) scoperte degli asteroidi sopra menzionati, nel 1823 il linguista tedesco e insegnante in pensione Johann Gottlieb Radlof chiamò per la prima volta questo pianeta distrutto Phaethon, in italiano Fetonte.
Nome poi diffusosi per indicare quello stesso pianeta ipotizzato dall’astronomo tedesco Heinrich Olbers; in questo modo questo misterioso oggetto celeste fu collegato direttamente al mito e alle leggende greche.
Ma come mai la scelta proprio di questo nome? Non lo sappiamo.
Fetonte, colui che disubbidì a suo padre il Sole (Helios)
Quello che possiamo invece conoscere è la storia di Phaeton secondo la mitologia greca.
In base a quanto giunto fino a noi dalla maggior parte degli autori classici, Phaethon è il figlio del titano Helios, la personificazione del Sole secondo i greci, e dell’oceanina Climene una delle innumerevoli figlie del titano Oceano.
Per desiderio di far confermare la sua genitorialità, Phaeton viaggia nel palazzo del Dio del Sole a est. Viene riconosciuto dal padre e gli chiede il privilegio di guidare il suo carro celeste per un solo giorno: carro che trasportava nel cielo il Sole.
Nonostante i ferventi avvertimenti e i tentativi di dissuaderlo di Helios, contando i numerosi pericoli che avrebbe dovuto affrontare nel suo viaggio celeste e ricordando a Phaethon che solo lui stesso, Helios, poteva controllare i cavalli, il ragazzo non è dissuaso e non cambia idea.
Gli è quindi permesso di prendere le redini del carro: la sua cavalcata è stata disastrosa, in quanto non riuscì a mantenere una salda presa sui cavalli. Di conseguenza, guidò il carro troppo vicino alla Terra, bruciando i terreni, e troppo lontano da essa, congelandoli.
Alla fine, dopo molte lamentele provenienti dalle stelle nel cielo alla Terra stessa, Zeus colpisce Phaethon con uno dei suoi fulmini, uccidendolo all’istante. Il suo corpo morto cade nel fiume Eridanus, e le sue sorelle, le Eliadi, piangono lacrime di ambra e sono trasformate in pioppo nero mentre lo piangono.
Una storia quindi che parla di un figlio che vuole essere uguale al padre ma senza essere pronto, di un disastro a livello celeste e di una punizione divina.
Gli stessi concetti contenuti e spiegati con parole più approfondite e moderne da Eugenio Siragusa nel secolo scorso, in base ai suoi contatti avvenuti con le intelligenze extraterrestri.
Andrea Macchiarini
16 febbraio 2026
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