
Il regno di Belovodye, la Shamballah himalayana
Tra i luoghi visitati da Nicholas Roerich nel corso delle sue spedizioni asiatiche degli anni ‘20, una menzione speciale va all’area dei Monti Altai, dove il pittore ed esploratore russo andò alla ricerca della mitica Belovodye sotterranea, “Terra degli Immortali” equivalente alla Shamballah himalayana, dove, secondo la leggenda, si occultò, in un passato antidiluviano, la misteriosa stirpe dei Chud, e da cui si ritiene giungerà, in un futuro prossimo, il santo Oirot Khan, ultimo discendente di Gengis Khan e “Salvatore del Mondo”.
I monti Altai
Parzialmente in territorio sovietico e in parte in Mongolia, la catena dei Monti Altai si estende nel Sud-Est della Siberia occidentale, formando il confine settentrionale del Gobi. Il territorio dei Monti Altai è la regione assiale del continente eurasiatico, dove le foreste a sud -ovest della Siberia sono a contatto con le grandi steppe e i deserti dell’Asia centrale e dove si trovano i confini dei quattro maggiori paesi: Russia, Kazakistan, Cina e Mongolia. In termini di geopolitica, la regione è il centro politico e il cuore dell’Eurasia. Dai ghiacciai dei Monti Altai nascono quattro fiumi: Irtys, Ob, Yenisei e Hovd Canas, che forniscono acqua per molti milioni di persone che vivono in Russia, Kazakistan, Cina e Mongolia. La terra ricca e nera, l’aria frizzante di montagna, le fonti di acque incontaminate, le risorse forestali uniche dove si trovano conifere pregiate, foreste di pini, erbe e frutti di bosco e grandi quantità di argille curative fanno della regione il polmone dell’Eurasia.
La tradizione considera sacre le montagne degli Altai, in particolar modo il Monte Belukha che sorge nel centro del campo di Katun. Nel 1904 una ragazza ebbe una visione: le apparve un cavaliere vestito di bianco, che cavalcava un cavallo bianco e che le annunciò il ritorno di Oirot Khan, l’ultimo discendente di Gengis Khan, per porre fine all’oppressione zarista e ripristinare l’antico impero dei Mongoli. “Messaggero” è il nome dato dalla gente dell’Altai al Salvatore del Mondo. Il Khan Oirot, secondo la leggenda mongola, fece la promessa di tornare quando il monte Belukha avesse cambiato forma. Nel 1904, l’anno della visione, il sole ha distrutto un blocco di ghiaccio e i picchi Belukha hanno cambiato forma. Il Monte Belukha è chiamato Uch-Syure, Uch-Orion, da Syure – dimora degli dei – , chiamata Sumer in Mongolia e SuMeru in India.
Alcune tradizioni russe parlano di un luogo segreto, dove gli uomini preferiscono vivere da eremiti, indifferenti allo scorrere del tempo e che risiedono in caverne da cui nascono le Acque Bianche, vicino ai monti Altai.
Presso i Monti Altai, Nicholas Roerich apprese che le colline pedemontane himalayane nascondevano accessi che conducevano a camere situate in profondità, dove dalla notte dei tempi erano stati depositati misteriosi manufatti ed esotici tesori. Roerich vide molte grotte contenenti ossa intagliate e iscrizioni. Sprovvisto di una luce per misurare la profondità, Roerich non proseguì oltre, ma era certo quelle grotte celassero i passaggi segreti stessi utilizzati per raggiungere il Tibet, Kunlun, Altyn-Tag, Tuerfan e altri luoghi. Nei monti dell’Altai si trovano luoghi di sepoltura contrassegnati da iscrizioni sulle rocce, fatti da popoli dimenticati. Roerich afferma che l’intera area è un magnete potente e sacro per il futuro. Roerich, in “Shambhala, la risplendente”, scrive di un popolo misterioso, i Chud, che, per sfuggire alla tirannia dello Zar Bianco, un giorno preferirono scomparire in un regno sotterraneo, attraverso un ingresso situato sui Monti dell’Altai. Roerich scrisse che le pietre che circondavano il suo ingresso ricordavano quelle enormi di altre tombe che aveva visto, riferite al periodo delle grandi migrazioni, in posti come ai piedi del Caucaso settentrionale. La novella Repubblica degli Altai, nonostante le sue magre finanze, ha voluto intitolare un monumento di due tonnellate di marmo degli Urali a Roerich per la sua opera svolta. Il busto di Roerich è stato posto in modo che sullo sfondo si vedano le montagne dell’Altai.
L’esplorazione di Belovodye “La terra degli Dei viventi”


La tradizione popolare dell’antica Russia descrive un luogo situato nel cuore dell’Asia, denominato in russo Belovodye, che significa “Acqua bianca”. Nei paesi lontani di là dalle alte montagne c’è un luogo sacro dove fiorisce la giustizia. Vi dimora una conoscenza superiore, la forma di più alta saggezza destinata a salvare l’umanità. Nel 1893, in un manoscritto presso l’eremo di Vyshinsky-Uspenski, nei dintorni di Shatsk, fu ritrovata una testimonianza risalente al millennio precedente: “ La saga di Belovodye”. Il racconto riporta il resoconto di un giovane monaco slavo, tale Sergius, il quale trascorse vari anni in un monastero sul Monte Athos, nella Grecia settentrionale, presso il Mar Egeo. Il cattivo stato di salute del padre lo costrinse a fare ritorno a Kiev e, qualche tempo dopo il suo arrivo, Sergius, allora quasi trentenne, ottenne udienza dal Principe Vladimir il Grande (956-1015). Aveva intenzione di riferire al principe quello che aveva appreso nella biblioteca del monastero a proposito di una misteriosa “terra d’Oriente in cui regnavano virtù e giustizia”.
Il principe rimase totalmente affascinato dalla storia della leggendaria contrada che nel 987 nominò Sergius a capo di un consistente corpo di spedizione, che equipaggio e inviò alla ricerca della meravigliosa terra asiatica. I consiglieri del principe stimarono che il viaggio di 6.000 miglia avrebbe richiesto complessivamente tre anni, tuttavia ne trascorsero parecchi di più senza che si avessero notizie della spedizione. A Kiev si ritenne che tutti i suoi componenti fossero periti; tuttavia, nel 1043 giunse in città un uomo il quale dichiarava di essere il monaco Sergius, inviato circa 56 anni prima dal Principe Vladimir il Grande alla ricerca della Valle degli Immortali. La sostanza del suo resoconto fu puntualmente annotata e preservata presso i mistici di un monastero russo; si tratta del documento reperito nel 1893. Padre Sergius riferì che al termine del secondo anno del corpo di spedizione tutti gli altri componenti della stessa erano morti a causa delle condizioni climatiche estreme o dell’attacco di lupi e orsi. In un territorio desolato il gruppo si imbatte in una catasta di scheletri di esseri umani, cavalli, cammelli e asini, rimanendo talmente terrorizzato da rifiutarsi di procedere oltre. Solo due componenti della spedizione accettarono di proseguire assieme a Sergius, per poi essere lasciati in un villaggio alla fine del terzo anno, a causa delle loro pessime condizioni di salute. Lo stesso Padre Sergius aveva raggiunto il limite della sopportazione, tuttavia era determinato a completare il viaggio o perire.
Dalle popolazioni delle varie regioni attraversate aveva colto voci indicanti che la favolosa contrada di Shambhala esisteva davvero e che egli procedeva nella giusta direzione. Assunse un’altra guida, la quale gli assicurò che l’avrebbe condotto vicino al Regno Sacro, che la popolazione locale chiamava “la Terra Proibita (…) la Terra degli Dei Viventi e la Terra delle Meraviglie” (“La Saga di Belovodye”, ibid.). Tre mesi più tardi, Padre Sergius raggiunse i confini di Shambhala. A un certo punto l’unica guida rimasta si rifiutò di procedere oltre, terrorizzata dagli invisibili guardiani delle montagne innevate. Sergius era ancora indifferente alla morte e assai fiducioso nell’esistenza della comunità di uomini santi che si era proposto di trovare; inoltre, era troppo esausto per tornare indietro. Dopo alcuni altri giorni di cammino all’improvviso fu avvicinato da due stranieri, i quali riuscivano a farsi intendere nonostante parlassero una lingua ignota. Quindi Sergius fu condotto a un villaggio dove, dopo essersi rimesso in forze, gli fu affidato il compito di collezionare manoscritti presso un ambiente di tipo monastico. In seguito, fu trasferito in una caverna sotterranea, rischiarata da una peculiare luce che suscitò il suo stupore, che “illuminava ogni cosa, dissipando le tenebre e le ombre, cosicché tutto appariva uniforme e delicato” (La Saga di Belovodye”, ibid.). Poi fu trasferito in un luogo nelle vicinanze, dove fu accolto come un fratello. Col trascorrere dei mesi e degli anni, il monaco slavo acquisì grandi conoscenze di ordine spirituale; era fortemente appagato per aver infine trovato individui tolleranti, compassionevoli, onniveggenti e saggi, i quali lavoravano per il bene dell’umanità.


Apprese che, invisibilmente, costoro osservavano tutto quel che accadeva nel mondo esterno, allarmati dalle forze del male in crescita sulla Terra. Padre Sergius venne a sapere, inoltre, che numerosi individui di vari paesi avevano tentato, senza successo, di accedere a questo territorio. Gli abitanti osservavano una rigida legge in virtù della quale solo sette persone ogni secolo avevano facoltà di far visita alla loro dimora. Sei di costoro avrebbero fatto ritorno al mondo esterno provvisti di un sapere segreto, mentre uno sarebbe rimasto a vivere a Shambhala senza invecchiare, poiché il tempo del suo orologio genetico si sarebbe fermato. Prima di tornare a Kiev, Padre Sergius trascorse i suoi ultimi anni insegnando la saggezza in una rete di caverne, successivamente elaborata nel Monastero delle Caverne.
Menci Simon e Conciarelli Roberta
26 giugno 2025



