Censura 2.0: i potenti algoritmi dei social network filtrano i contenuti
Pubblicato il 6 Aprile 2023
Pubblicato il 6 Aprile 2023

La libertà di espressione appartiene al nucleo dei diritti inviolabili dell’uomo, i principi supremi di ogni ordinamento.

Il diritto di comunicare e manifestare i propri pensieri, enunciato dalla Costituzione italiana all’art. 21, ha un raggio di azione ampissimo poiché si declina in forme specifiche come la libertà religiosa, dell’arte e della scienza. Questo diritto riguarda la diffusione di opinioni, ma anche la narrazione di un fatto, vero o falso che sia e abbraccia l’informazione, la critica, la satira e anche il mero gossip.

È chiaro che un’estensione potenzialmente incontrollata della libertà di espressione rischia di favorire il suo abuso ed è necessaria una sua regolamentazione, ma a chi deve questa essere demandata? Questa domanda aspetta ancora una risposta.

Per l’ordinamento giuridico l’unico soggetto che può arrogarsi il ruolo di intermediare tra le libertà dei singoli cittadini è lo Stato.

Nella rete, invece, tale funzione, è esercitata dalle grandi piattaforme.

Facebook oggi detiene il controllo quasi totale sul flusso di informazioni personali degli utenti: dopo che nel 2012 ha incorporato Instagram e nel 2014 WhatsApp, attualmente detiene l’80% del mercato dei dati tra i social network.

Profili di natura costituzionale importanti derivano da tutto questo, primo fra tutti il potere, praticamente irraggiungibile e sottratto ad ogni forma di controllo democratico, delle piattaforme digitali: signori senza terra dalla natura giuridica privata e grazie a questa assurti a un ruolo pubblico di “censori” della libertà di espressione.

È ragionevole chiedersi se leprocedure utilizzate da queste piattaforme nella repressione dei discorsi d’odio, o asseriti tali, siano effettivamente trasparenti, così come le procedure legate alle decisioni assunte nei confronti degli utenti.

Il sistema della comunicazione nella rete è egualitario solo nella forma e esprime un’impostazione fortemente gerarchica.

Le imprese private definiscono autoritativamente i contenuti di diritti e libertà e di fatto impediscono la neutralità dalle piattaforme che sono invece molto ben ideologicamente orientate.

In realtà, ogni decisione definita all’interno delle piattaforme è assunta a livello apicale e centralizzato e si riversa sugli utenti senza che essi possano veramente interagire o prendere parte al processo decisorio, né tantomeno reagire.

Il filtraggio dei contenuti da parte dei gestori dei social network

I social network sono il vero sistema attraverso cui oggi circola l’informazione. Nessuno può credere che siano “piattaforme neutrali” che si limitano ad ospitare i contenuti. Non sono servizi di “hosting” di testi e immagini, al contrario possiedono potenti algoritmi che da un lato distribuiscono pubblicità, dall’altro veicolano i contenuti.

Ognuno di noi può postare opinioni controcorrente rispetto a quelle “governative”, ma di fatto l’algoritmo di Facebook, aiutato da migliaia di fact-checker, setaccia l’infinità dei post pubblicati quotidianamente e laddove ravvisa posizioni “troppo eterogenee” ne limita la visibilità.

Il fatto che possiamo esprimerci su qualunque argomento, non vuol dire che viviamo in un “reale” contesto di libertà di opinione e informazione.

Libertà di espressione formale, non vuol dire libertà di espressione reale.

Il rallentamento dei post è solo il primo livello di ostacolo da parte dei social network alle opinioni controcorrente. Il gradino successivo è “l’account limitato”.

L’account limitato è il freno a mano tirato non sul singolo post, ma sull’utente nel suo complesso.

Il caso di Robert Malone

Il caso più eclatante e discutibile è quello di Robert Malone. Malone è uno scienziato e ricercatore americano, uno dei primi ricercatori ad occuparsi di mRNA.

Nei mesi successivi all’autorizzazione dei vaccini, Malone ha raccolto ampio consenso di pubblico e di seguito online, intorno all’idea della controindicazione dei vaccini mRNA nei bambini, tema su cui ancora oggi il dibattito è decisamente aperto.

Improvvisamente e senza preavviso, il 30 dicembre 2021, Twitter sospende definitivamente l’account di Malone, che aveva oltre 500.000 followers.

Malone è uno scienziato e un ricercatore, una voce autorevole sull’argomento e parla attraverso dati e informazioni. Non è “complottismo di basso livello”.

Evidentemente in base ai “termini d’uso” dell’azienda, che sono stati rivisti proprio nel dicembre 2021, postare contenuti in grado di mettere in cattiva luce la campagna vaccinale era vietato e Twitter è automaticamente autorizzata a prendere misure contro tutti i contenuti e gli account che non ottemperano a tali linee guida.

In fondo i social network sono aziende private e come tali fanno come credono in casa loro.

Bisognerebbe però ricordare che i social network sono venuti al mondo definendosi piattaforme, agnostiche e non responsabili dei contenuti degli utenti, anzi proprio grazie a questa deresponsabilizzazione hanno evitato problemi legali, cause e risarcimenti legati ai contenuti pubblicati dagli utenti.

Oggi, a quanto pare, queste piattaforme si sono trasformate in editori dalla propria linea editoriale, che però non si basa su articoli creati da propri dipendenti, ma da utenti inconsapevoli i cui contenuti vengono utilizzati per veicolare opinioni e frenarne altre, grazie alla potenza degli algoritmi che influenzano l’opinione pubblica mondiale.

I social network gestiti da società private hanno una propria agenda politica

I social network da un lato devono affrontare la necessità di bloccare contenuti offensivi o violenti, dall’altro devono garantire la libertà di parola degli utenti.

La realtà ci sta però dimostrando che la prima esigenza sta prepotentemente prevalendo sulla seconda.

Le piattaforme digitali sono gestite da società private con un proprio regolamento e proprie condizioni. Questo significa che seppure i social network vengono utilizzati dal cittadino di un paese libero, democratico e garantista, questo può comunque incorrere nella censura per le condotte tenute sul web.

Gli allarmi lanciati dagli algoritmi si fondano sull’individuazione di parole chiave, suoni, parti di immagini: basta usare una parola o una foto diverse dal solito per far sì che il sistema li ritenga un indicatore di contenuti inappropriati. A maggior ragione dato che l’intervento umano non è più determinante.

I social network non possono essere considerati degli enti neutri o apolitici: tutte le realtà della sfera dell’informazione in quanto aziende private hanno un’agenda politica e la volontà di imporla.

Questo problema è tanto grave quanto serio: affidare il completo controllo dell’informazione a gruppi privati che hanno scopi ben precisi e senza alcun tipo di regolamentazione, come al momento avviene, ci espone al serio rischio di annullare ogni tipo di libertà di espressione.

Loredana

Articoli correlati:
Il controllo dell’informazione
USA: 90% del consumo “mediatico” in mano a 6 multinazionali
L’influenza mediatica di Jeff Bezos, Bill Gates e Mark Zuckerberg
Le tecniche di manipolazione mediatica secondo Noam Chomsky
Lo ‘spin doctor’: “arma di distruzione di massa”
“Gaslighting” e “pandemia apocalittica”
Open di Mentana, il fact-checker ufficiale
Cosa succede ai giornali bollati dal fact-checking
Il bavaglio all’informazione
NewsGuard, il cane da guardia del globalismo USA
L’informazione nelle democrazie liberali
Pietro Ratto: “informazione indipendente distante da fondi economici”

Seguici

Sostieni le nostre attività!

Potrebbe interessarti anche

La nascita di Hamas

La nascita di Hamas

Immagine in evidenza: l'ex Ministro della Salute Israeliano e oppositore di Netanyahu, Nitzan Horowitz. In una recente intervista alla rivista di...